Jazz

Sedavamo in silenzio, lei fissava la tazza vuota del caffè e col cucchiaino giocava con lo zucchero sul fondo che non si era sciolto. Io la guardavo perso nei miei pensieri, cercando le parole giuste tra la miriade di sentimenti che provavo che non potevano essere espresse in parole semplici. Forse un film poteva farlo, oppure un poeta con l’esperienza millenaria dei suoi predecessori, ma non io. Non ne ero proprio capace, la guardavo, mi strofinavo le mani, cambiavo posizione sulla sedia, aprivo la bocca per parlare, ma nulla. Silenzio.

Nessuno sapeva che eravamo lì, dunque a nessuno dovevamo rendere conto di nulla. Non lo sapeva nemmeno Lui e questo abbatteva un altro muro, eppure non era semplice lo stesso.

Prese la borsa, la frugò, non trovò ciò che cercava e la rimise sulla sedia accanto. Probabilmente non cercava nulla.

Ormai erano mesi che ci vedevamo nel segreto più assoluto. Sentimenti opposti ci avevano proibito di spingerci oltre, un po’ per rispetto verso gli altri, un po’ verso noi stessi. Non mi ricordo di essere mai stato così male e così bene allo stesso tempo.

Era iniziato tutto per puro caso, avevamo amici in comune e Lei era in una lunga relazione che mi impediva di fare ogni tipo di approccio diretto. Alcune cose però non si possono controllare, non si può remare a lungo contro le forze superiori e così avevamo iniziato a vederci, nell’ignoranza più assoluta di tutti.

Era una cosa proibita ed illegale che faceva ribollire il sangue ad entrambi. Andavamo al cinema del quartiere, quello non frequentato da nessuno, e vedevamo film in bianco e nero. Alcuni belli, altri meno, ma erano momenti nostri. Nel buio della sala imparavamo qualcosa di più sulla nostra sintonia e su quanto fosse raro ciò che avevamo.

Dopo il cinema andavamo sempre a mangiare qualcosa, certe volte a casa sua ma per lo più a casa mia. Evitavamo posti affollati, sia per paura di essere scoperti, sia perché all’epoca di soldi ce n’erano pochi. Lei studiava ed io lavoravo part time in una gelateria in centro. Così cucinavo per Lei. Come un investigatore indagavo sui suoi gusti e poi cercavo di soddisfarli. Non erano facili e questo mi spronava, era una sfida che io accettavo con piacere perché volevo che lei fosse felice. Il sorriso di approvazione che cercava di nascondere quando buttava giù il primo boccone era tutto ciò per cui vivevo. Non mi dava mai la soddisfazione eppure lo sapevo lo stesso.

Con una bottiglia di vino rosso e Glenn Miller sottofondo imparavamo a ballare, con risultati disastrosi ma con la consapevolezza sempre maggiore che ciò che c’era lì, in quella stanza, era speciale e non si poteva ignorare.

Quando eravamo stanchi semplicemente stavamo seduti a chiacchierare.

Studiava per diventare una giornalista, era a capo del giornale dell’università e grazie ad un gemellaggio fatto con un college di Londra si era aggiudicata un master che avrebbe fatto non appena avesse finito gli studi. Era determinata, aveva il fuoco dentro, quello che l’avrebbe portata in alto bruciando ogni ostacolo sul suo cammino.

Certi giorni prendevamo la macchina ed andavamo in campagna. Le piacevano cose semplici, un pic-nic all’aria aperta, camminare a piedi nudi sull’erba verde. Quando trovava un soffione lo raccoglieva e lo contemplava per un po’ pensando al desiderio da esprimere. Poi, col soffione ben stretto, allargava le braccia e girava su se stessa, finché tutti i semi venivano portati via dal vento. Io ridevo, lei se la prendeva e mi lanciava il glabro stelo addosso. Poi rideva pure lei.

Restavamo sdraiati sul prato per ore. Erano momenti di evasione dalla realtà e le bugie inventate per poter arrivare là erano un prezzo che valeva la pena di pagare.

Ero pazzo di lei, l’avrei seguita ovunque, appoggiata in ogni sua decisione e lei lo sapeva. Ma c’era lui.

Aveva appena scoperto di avere un tumore ed i sensi di colpa di Lei avevano mandato in fumo qualunque nostro progetto insieme.

Si era parlato tanto di futuro e stabilità, ma erano tutte parole ora, il vento era cambiato improvvisamente spazzando via tutte le nostre congetture lasciando nient’altro che ricordi e rammarico.

Io avrei voluto dirle ciò che provavo, un modo c’era, lo sapevo. Ma non lo avrei fatto, era già duro così per entrambi. Lei sarebbe rimasta con lui ed io sarei partito ad Edimburgo. La distanza avrebbe aiutato a rimarginare la ferita che giorno dopo giorno diventava sempre più profonda.

Così stavamo lì, in silenzio. Forse quelle parole non dette andavano dette, forse avrei dovuto prenderla e portarla via con me, portare a compimento i nostri progetti.

Di forse e di ma però non si vive.

Ora la ferita si è rimarginata ed il silenzio, che ogni tanto si fa sentire di nuovo, lo cerco di scacciare con un bicchiere di vino rosso ed il buon vecchio jazz.

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